Titolo
COMPIANTO SUL CRISTO MORTO DI CASPANO
Sede
Chiesa di San Giacomo
Piazza Grimoldi – Como
Durata
19 aprile – 17 luglio 2011

Al termine di un lungo e impegnativo restauro viene qui presentato il gruppo del Compianto sul Cristo morto proveniente dalla chiesa di san Bartolomeo di Caspano di Civo (So).


Il complesso, composto da otto figure in legno dipinto e dorato scolpite a tutto tondo, è solitamente collocato all’interno della cappella della Pietà, la terza di destra nella parrocchiale di Caspano. Il piccolo borgo, della Costiera dei Cèch, la sponda orografica destra della Valtellina tra Colico e Talamona, ha conosciuto nei tempi passati momenti di notevole splendore grazie alla nobile casata dei Paravicino, che lo elesse quale sua dimora esemplare, arricchendolo di architetture e splendidi arredi.
Fu probabilmente Don Giovanni Maria Paravicino, curato dal 1497 al 1549, a dotare la chiesa dei tre complessi lignei attribuiti alla bottega dei De Donati: l’ancona della Resurrezione di Lazzaro (firmata e datata “HOP. ALVISII / DE DONATIS /MEDIOLANEN. / 1508 / AUGUSTI “) nella seconda cappella di sinistra, l’imponente fabbrica a più scomparti dell’altare principale con Storie di san Bartolomeo e il Compianto.
Mancano finora riferimenti documentari per quest’opera attribuita, su basi stilistiche, fino agli anni Ottanta a un artefice locale del XVII-XVIII secolo. Solo i più recenti studi la riconducono più correttamente al primo Cinquecento, in specifico alla mano di Alvise (o Luigi) De Donati e alla sua bottega, grazie alle analogie o addirittura identità fisionomiche tra alcune figure del Compianto e quelle della Resurrezione di Lazzaro della stessa chiesa.
I volumi e i tratti squadrati delle figure e i panneggi, che alternano pieghe più morbide a spiegazzature cartacee, sono caratteri distintivi dei fratelli di Luigi, Giovan Pietro e Giovanni Ambrogio, così come altri stilemi caratteristici e ricorrenti, come la sporgenza dei bulbi oculari e la resa schematizzata dei capelli, che cadono in grosse ciocche cordonate.
Bisogna rilevare, però, che mentre le altre opere in san Bartolomeo, pur nella varietà e complessità delle figure e dell’ambientazione architettonica, sono momenti esemplari della produzione di macchine d’altare per le quali l’abilità degli artisti si esprime attraverso la resa della tridimensionalità delle scene “compresse” entro lo spessore di poche decine di centimetri della cassa lignea, il Compianto si pone come un’esperienza altra, dove lo spazio non è più semplicemente riprodotto, ma è fisicamente generato grazie all’inserimento di statue a tutto tondo e a grandezza naturale entro una cappella.
Non più messo in discussione dalla critica successiva, il riferimento agli scultori milanesi può quindi essere precisato in termini cronologici, mentre allo stato attuale delle ricerche risulta difficile tentare distinzioni di mano all’interno della bottega.
Rispetto al gruppo della Pietra dell’Unzione di Varallo Sesia, ormai concordemente ritenuto un’opera precoce dei De Donati databile agli anni Ottanta del Quattrocento, questo Compianto di Caspano rivela una teatralità più mossa e partecipe. Se le statue di Varallo appaiono ancora chiuse in un dolore rituale che cristallizza i loro gesti e le loro espressioni, quelle del gruppo valtellinese infatti sono il frutto di ricerche in chiave naturalistica che sembrano partecipare della ricerca degli “affetti” promossa a Milano negli anni di Leonardo e Bramante. Basti osservare la patetica espressione del dolore della Maddalena, o il mancamento quasi scomposto della Madonna alla vista del corpo del figlio.
Un simile avanzamento nelle ricerche della bottega richiede un tempo di elaborazione di dieci se non di venti anni rispetto alla Pietra dell’Unzione, collocandosi in prossimità della data del 1508 apposta sull’altare della Resurrezione di Lazzaro.
L’infelice intervento di scomposizione, tramite tagli decisi di numerose porzioni delle figure, ricollocate in uno spazio reso esiguo dall’inserimento di finte rocce in muratura, di rimodellamento a gesso e di ridipintura, lontana dalle cromie originali, operato, su probabile richiesta del parroco, intorno al 1929 dal pittore e plasticatore Eliseo Fumagalli (Delebio-So 1887-1943), autore anche della decorazione pittorica dello sfondo della cappella (una veduta di Gerusalemme), aveva in parte alterato la percezione delle relazioni profonde tra le figure del complesso ligneo.
L’intervento di restauro, finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed eseguito in due lotti dalla ditta Luca Quartana di Milano, dal 2007 al 2010, ne ha restituito a pieno i valori formali e cromatici, il delicato equilibrio dei gesti e degli sguardi.
Prima operazione è stata la demolizione progressiva delle modifiche e ricostruzioni plastiche in gesso operate sulle singole sculture; questo ha permesso il recupero di tutti i frammenti originali che sono stati lentamente ricomposti. E’ stato possibile ritrovare ampie stesure della policromia originale, conservatasi sotto la ridipintura, e procedere al risanamento della materia lignea.
Si è scelto di reintegrare porzioni di modellato significative, andate perse nell’intervento di modifica, giungendo in fase finale a un ritocco pittorico con coloranti in miscela cerosa stesi a velatura.

Orari e ingressi
da martedì a domenica h. 11.00 – 19.00
chiuso il lunedì – INGRESSO LIBERO

Informazioni al pubblico
Fondazione Gruppo Credito Valtellinese
Tel. +39 0342.522.645
galleriearte@creval.it – www.creval.it

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